I segreti dello storytelling nel cervello

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Ogni sera mia figlia mi chiede di leggerle una storia. A volte sceglie un libro di narrativa, perché vuole far viaggiare la mente nelle avventure immaginarie di qualche personaggio, a volte preferisce cose di saggistica (al momento, le piacciono gli oceani).

In ogni caso, anche se il libro non ha una narrazione, vuole comunque che ne parliamo insieme e la cosa che noto sempre è l’effetto che un buon libro ha su di lei. La tranquillizza e dà sollievo alla sua mente dopo una giornata intensa.

Lo storytelling è diventato per un periodo una priorità assoluta per molte organizzazioni. Avevamo richieste di workshop su questo tema che arrivavano in continuazione. All’interno delle organizzazioni ho visto molti ottimi (e anche non così eccellenti) esempi di storytelling in azione.

Questa tendenza sembrava essersi leggermente ridimensionata, ma le richieste sono aumentate vertiginosamente a seguito della pandemia, per la formazione sulla resilienza, a supporto della salute mentale e per il lavoro a distanza. Tuttavia, continuo a pensare che non abbastanza persone abbiano veramente compreso il potere della narrazione.

Abbiamo dunque perso un’occasione?

 

Storie nel cervello

Ci sono una serie di studi a cui potremmo fare riferimento per capire più a fondo il potente strumento che è lo storytelling… eccone uno recente, che esamina il legame tra i nostri sistemi neurochimici e la narrazione.

L’articolo ci ricorda che è un’abilità unica, ma di cui non sappiamo ancora molto dal punto di vista biologico. Non capiamo come il cervello elabora le storie o perché esse siano così speciali per noi. In questo studio i ricercatori hanno cercato di fornire risposte a queste incognite. Per fare ciò, hanno esaminato i cambiamenti neurochimici avvenuti durante l’ascolto di storie e i cambiamenti generali dell’umore in bambini che erano stati ricoverati in un’unità di terapia intensiva.

Quello che è stato rivelato da questi studi è quantomeno affascinante.

Una singola sessione di narrazione a questi bambini ricoverati in ospedale ha portato a un aumento dei loro livelli di ossitocina (analogamente ad un legame sociale positivo) e a una riduzione dei loro livelli di cortisolo (come quando si riduce di una situazione di stress). Questi bambini hanno anche riferito minore sensazione di dolore e altri cambiamenti emotivi positivi, probabilmente dovuti a queste variazioni verificatesi a livello neurochimico.

Questa situazione era messa a confronto con un gruppo di controllo impegnato a risolvere giochi e indovinelli, sempre con il supporto di una persona, quindi sempre in presenza di un elemento interpersonale. I cambiamenti erano, quindi, dovuti alla natura immersiva delle storie.

Ma cosa significa questo in concreto?

Consideriamo manager e leader come “custodi dell’attenzione delle persone”. Essi hanno molto potere nell’influenzare l’attenzione delle persone che coordinano e, di conseguenza, il loro “ambiente” interno. Parliamo molto della creazione di un ambiente neurale ad alte prestazioni, in cui le persone possono accedere a quelle risorse che le rendono più efficaci. Lo storytelling è uno strumento narrativo che può aiutare molto in questo ambito.

Tornando alle mie sessioni notturne di storie con mia figlia, osserviamo che l’effetto calmante è solo uno dei tanti impatti che le storie possono avere.

 

Che altro?

Hai mai fatto un check delle storie? In caso non l’avessi fatto, ti invito a farne uno. Considera gli ultimi sette giorni; annota tutte le volte in cui hai usato una storia per comunicare con qualcuno. Inoltre, pensa a come potresti impiegare di più la narrazione, sempre nei prossimi sette giorni.

Lettura molto consigliata: “Lead with a Story” di Paul Smith.

 

Traduzione di un articolo di Amy Brann – www.synapticpotential.com

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