Immaginare il futuro

Immaginare il futuro

Immaginare il futuro – Quando vai ad un colloquio di lavoro, una delle domande che spesso ti fanno è “dove ti vedi tra 5 o tra 10 anni?”. Se ti è capitato di dover dare una risposta a questa domanda allora sai che è abbastanza difficile rispondere. La risposta è spesso legata a come ti vedi, un paio di gradini più in alto, nella scala della carriera rispetto a dove ti trovi ora. Ma come fai a sapere davvero come sarà il futuro tra 10 anni? Come sarà il mondo? Quali cambiamenti potrebbero essere avvenuti sul percorso che hai immaginato? Quali nuove opportunità potranno emergere che oggi non hai così chiare? Può essere un vero enigma mentale prendere in considerazione tutte queste possibilità.

Anche le organizzazioni con cui collaboriamo si pongono regolarmente questo tipo di domande. Investono una notevole quantità di tempo nella definizione di strategie e nella pianificazione di scenari futuri. Tutto questo si basa su una serie di processi mentali, come la prospezione – cioè l’essere in grado di proiettare te stesso, i tuoi clienti e la tua azienda nel futuro – e l‘immaginazione – cioè creare immagini mentali di possibilità future basate sulla comprensione di come funziona il mondo.

Come considerare l’immaginazione

L’opinione diffusa tra la maggior parte delle persone è quella che l’immaginazione è nient’altro che un pensiero vago. Dal punto di vista del cervello invece, il processo di immaginare il futuro ha molto in comune con i processi con cui richiamiamo la memoria, e ricostruiamo i nostri ricordi. Quando richiami i ricordi, ricostruisci il passato dai suoi frammenti, creando scene mentali di esperienze passate. Con l’immaginazione fai più o meno la stessa cosa, con la differenza che stai solo costruendo, non ricostruendo, quindi non sei vincolato da un ricordo passato e sei libero di generare infinite possibilità. Se si osservano le reti cerebrali coinvolte in entrambi i processi, si nota la corrispondenza nell’attivazione di regioni simili, come l’ippocampo, che vengono mobilitate da questi due tipi di pensiero.

Questo legame comporta anche che la nostra immaginazione può essere limitata dalle nostre esperienze e da ciò che già sappiamo. E, sebbene questo sia spesso una buona linea guida per prevedere ciò che si può verificare in futuro, esso può anche limitare il contenuto di quegli scenari. Ecco perché è molto importante far crescere continuamente la nostra banca personale di conoscenze attraverso l’apprendimento, le esperienze e la curiosità, proprio per alimentare questo processo di costruzione di scenari futuri.

La nostra immaginazione può anche essere limitata da ciò che riteniamo possibile. E il confine tra ciò che pensiamo potrebbe accadere e ciò che riteniamo impossibile non è fisso, è flessibile nella nostra mente e varia da persona a persona.

Una mentalità immaginaria

Spesso si tratta di mentalità. Può dunque essere utile prendersi un momento e mettersi in una mentalità immaginaria, immaginare il futuro, in cui non sei vincolato dalle norme sociali e autoimposte e dalle realtà dello status quo, in modo da poter andare oltre quei confini mentali e “vedere” ciò che le altre persone non possono vedere. Conosco qualcuno che ha generato questo risultato durante una sessione di ipnosi. È un esempio estremo, ma in quel frangente quella persona è stata in grado di liberare la mente dai percorsi della sua realtà e di creare connessioni che non erano state possibili nell’ambito degli usuali vincoli di pensiero. Non sto sostenendo l’ipnosi (è solo un aneddoto e questa pratica ha un impatto diverso su persone diverse), sto sostenendo la necessità di dare alla tua mente lo spazio per muoversi, vagare in spazi immaginari (i libri sono sempre una buona fonte per questo), per essere più consapevoli dei confini mentali che la vita crea nel nostro pensiero e per consentire alla nostra mente di generare possibilità immaginarie di ciò che il futuro potrebbe riservare – per te e per la tua organizzazione – creando scenari alternativi che un giorno potrebbero diventare realtà.

 

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Traduzione di un articolo di Amy Brann – www.synapticpotential.com

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